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Ma quando giochi in casa, il discorso cambia. Cambia ancor di più se ci metti che a Maggio un infortunio che ti porta a stare ferma 2 mesi e riprendere a correre solo 10 gg prima della gara, ti fa crollare tutte le aspettative di 8 mesi di preparazione, ritirandoti a 75 km perché il corpo cede e non ti porta a varcare quella soglia attesa della 100 km.

Entra in gioco quel meccanismo emotivo che è in grado di farti spostare mari e monti. Ti porta a fare una preparazione che ti fa salire ad oltre 1.700 mt in allenamento con 40° in una tipica domenica di luglio , a correre mentre tutti sono al mare, dopo una settimana di duro lavoro in ufficio.

A mangiare mirato, ad andare a letto presto, a bere 3 litri d’acqua al giorno, ad allenarti oltre che alle 6 di mattina, anche a fine giornata quando stacchi da lavoro.

Ti porta a stringere i denti anche nel momento in cui ti senti di mollare tutto perché la pressione psicologica che ti crei è forte e non vuoi per nessun motivo al mondo che le tue aspettative vengano deluse.

E’ un meccanismo adrenalinico.

Poi succede, che 10 gg prima della gara che io ho definito “Il punto dal quale tutto sarebbe ripartito”, subentra la maledetta sfortuna,che ti fa fare un incidente,seppur lieve,che rischia di mandare tutto all’aria.

E’ quello che è successo a me; 10 gg fa mi cadono due bottiglie di vetro sulla gamba in un comunissimo lunedì di spesa. La prima mi procura con l’impatto una contusione alla tibia, la seconda impattandosi con la prima, esplode, facendo in modo che il collo della suddetta mi recide la tibia. Risultato: 7 ore di pronto soccorso, 5 punti di sutura, stampelle perché il piede non riesce neanche a sfiorare il pavimento.

Mi sono ritrovata punto e a capo. Rabbia, nervoso, inveivo verso chiunque. Poi, dato che sono una “sconsiderata malata di mente “ come qualcuno mi ha definita, due giorni dopo il misfatto ho ripreso a camminare, a pedalare e corricchiare.

3 giorni prima della MIA gara, mi tolgono i punti. L’edema c’è ancora, mi impedisce la totale flessibilità del piede, mi fa addormentare la pianta in appoggio.

Crollo, piango e ripeto a me stessa: io VOGLIO QUEL RISULTATO.

La gara in questione è la Ultramaratona del Gran Sasso, 50 km con partenza ed arrivo a Santo Stefano di Sessanio, borgo alle pendici di Campo Imperatore e Monti della Laga. 51,925 km di asfalto, con D+ 965 m, D- 967 m, alt. min. 1095 m e alt. max. 1628 m. Dal 22° km del Valico di Capo la Serra (1600 m s l m) si raggiunge la sterminata prateria di Campo Imperatore, per poi correre finalmente su un lungo falsopiano. La strada scivola rettilinea nel mezzo dell’altopiano fra verdi prati su cui galoppano cavalli in libertà e stanziano bovini e ovini. E’ questo lo scenario incantevole che troverò.

Sono partita con tutta la cattiveria del caso: posso dire che ho gareggiato con la G maiuscola, con una sola consapevolezza e tante paure: la voglia di fare il tempo, ed il timore di dovermi fermare.

Dopo 6 km, il piede ha iniziato ad addormentarsi, ma ho proseguito. La gara si svolge tutta in salita, salita che io ho sempre corso,mai andando a passo. L’edema sotto la cicatrice ha iniziato a tirare, ed in discesa stringevo i denti perché l’impatto a terra mi prendeva lo stomaco. Arriverò a 30 km con le mie Nimbus 19, perché la loro tomaia allargata mi consentiva un pochino di flessibilità in più,ma ero a 0 di ammortizzazione. Indosso le nuove Nimbus, ma è subito dolore al piede infortunato. Sento lo sconforto salire ma lo metto a tacere indossando una formula ibrida: Nimbus vecchia a sinistra, nuova a destra. E’ cosi che ho portato avanti la gara. Non voglio fare l’eroe del caso, io ho davvero sofferto per tutta la gara. Ma c’era una Virginia in me,quella cocciuta,agonisticamente prepotente con se stessa, quella avventurosa, che ripeteva: il dolore non esiste, è solo nella tua testa. Continua a poggiare i piedi, anche se formicolano e non senti più la pianta. Continua a correre,anche se diminuisci il ritmo,ma non andare a passo. La gamba sinistra mi ha fatto male specie nella lunga discesa finale. Ho mantenuto il Garmin sempre fisso sui battiti, per non superare la soglia ed andare in affaticamento. Il ritmo lo gestivo solo per curiosità. Volevo correre a sensazione. Ci sono stati attimi di crisi psicologica, il mio compagno mi ha affiancata in bici per tutto il tempo, ma non ci siamo mai parlati anche se la sua assistenza è stata fondamentale per me, sia tecnica che psicologica.  Mi sono isolata da tutti ed ho continuato a lavorare sull’arrivo.

Avvisto il paese, gli ultimi 4 km saranno per me l’equivalente di 100. Decido di guardare il tempo e lì scoppio a piangere mentre sono in affanno: 5h10’! Capisco che non solo stavo per ottenere il mio obiettivo, ma che sarei andata oltre ogni aspettativa! Libero le braccia,inizio la sofferta volata in discesa alla volta di S.Stefano. Assaporo le voci che mi incoraggiano,assaporo la fine della gara,assaporo quel sentore che qualcosa di buono lo avrò.

5h27’ il mio risultato!!!! Il mio desiderio quando ho deciso di prepararmi a questa gara era di scendere dalle 6 ore, mi sarei accontentata anche di leggere all’arrivo 5h58’….Nel 2016 avevo chiuso la gara in 6h30’,nel 2015 in 6h45’. Invece ero li a piangere abbracciata a Fabio,leggendo 5h27’!!!!!!

Nanni


Sono scesa di ben un ora, riportando anche un 15 ^ femminile assoluto, ed un 1^ di categoria!

Sono felice e determinata ancora di più, adesso, a perseguire verso il mio obiettivo. Dopo ieri, le cose sono cambiate. Voglio ringraziare Virginia, a questo giro. Perché mi ha fatto capire ancora una volta, che se una cosa la desideri fortemente, puoi ottenerla. Io ho desiderato questo risultato, ho temuto non lo nego, ma non mi sono fatta sopraffare dalle circostanze attorno a me. Se una cosa la vuoi, lavorando sodo,la ottieni.

Oggi gambe e piedi pagano i conti, ma pagano volentieri i dolori!

Alla prossima avventura amici!!!

Scritto da
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Virginia Nanni

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Club: Runners pescara

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