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Qualche settimana fa ho iniziato a pianificare gli allenamenti in vista della #VeniceMarathon. In coincidenza con il lunghetto dei 20 km c’era la mezza maratona di Bologna. Per me la Rune Tune Up è una gara molto particolare, perché nel 2016 mi sconfortò parecchio: una domenica particolarmente calda (Garmin Connect segnala 24°C ma ne ricordo di più) che mi portò ad una gara fiacca, mentalmente difficile e tutto ciò in mezzo alla preparazione di Venezia.

Quest’anno partecipare a Bologna aveva un grande significato, anzi più significati:

Una settimana prima il meteo dava gara bagnata: ma ancora qualcuno crede al meteo? Il giorno prima il meteo dava gara bagnatissima e nel frattempo sabato sera si era avviato il temporale. La domenica mattina sveglia alle 6:30 e fuori… si ok DILUVIO con tuoni.

In tutta onestà mi spaventa molto di più la gara calda rispetto alla gara bagnata, ma sinceramente tutta la parte preparativa (parcheggio, pettorale, vestizione, …) fatta sotto la pioggia non è per niente buona cosa.
Lato positivo: sono passati i miei dubbi su che scarpa usare perché gara bagnata chiama Noosa FF (scarpa da triathlon) o almeno così dicono.

Arrivo al parcheggio a Bologna e non piove più. Con serenità ritiro il pettorale, mi preparo, mi scaldo un pochino e mi metto in griglia, ascoltando le parole del mito Gianni Nazionale e pensandolo che canta “Fatti mandare dalla mamma…” finché corre.

Sulla griglia parte il tam tam delle emozioni: il countdown con forte accento emiliano, la pioggia che pian piano parte, i bimbi che salutano i babbi, morosi/sposi che si abbracciano, con chi è fuori che ha uno sguardo tra il “Mia/o eroe” e il “tu sei d3d1c3nt3”... L’adrenalina sale, le gambe fremono, le incognite di come andrà pesano: un crescendo che chi ha fatto almeno una gara conosce davvero bene.

Parte la gara, cerco di capire le prime risposte di gambe piedi e soprattutto testa. Cerco di focalizzarmi sul mio tempo obiettivo e contestualmente di prendere di mira i pacer. Parto con loro, sento che ci sto. Faccio qualche chilometro insieme, ma sento che il loro ritmo ha delle varianze che stonano con le mie e le mie gambe, forse a causa dell’irregolarità della gara è tutta un sali scendi: non va bene!

Dentro di me ho già deciso che sarà una gara GarminLess, ovvero non guarderò l’orologio fino alla fine. Perché? Non ne ho idea… come ammirare una scena senza per forza fotografarla: volevo viverla, mettermi in gioco totalmente, mettere su asfalto allenamenti ed esperienza.

Iniziano alcuni km di fisarmonica tra me e i pacer, poi prendo qualche metro davanti a loro. Inizia la lunga discesa e le settimane di preparazione sui meravigliosi Colli Euganei e di allenamenti di forza (come da consiglio del Torre) iniziano a farsi sentire: il ritmo in salita non mi ha disturbato e in discesa ridispongo il corpo per recuperare e andare più forte. Prendo fiducia, ma voglio restare umile.
Una ragazza con un ottimo passo mi supera, decido di seguirla. Dopo un paio di km temo che sia troppo per me e prende una trentina di metri. Sento che ho margine, i km intanto passano, cresce la fiducia in me e la riprendo. Ristoro dei 10 (maledetti bicchieri di carta grandi) lei perde il ritmo e devo focalizzarmi su altri obiettivi: vedo un gruppo di ragazzi che all’inizio avevo perso: li prendo.

Inizia la fase buona, sento che ho margine e più faccio strada e più sento che ne ho. Arriva la botta di dopamina: percorso con inversione a U e vedo i miei “ex” pacer a diverse centinaia di metri da me: diavolo d’un tortellin, ma allora ne ho veramente!?. Continuo con il mio ritmo e Bologna continua ad alternare la sua ragnatela con salite, discese, porfido e raffiche di vento e pioggia, tanta pioggia.

Le Noosa FF (e ragazzi vi giuro che è così) si stanno dimostrando impressionanti: zero male ai piedi, grip stabile in ogni condizione, l’acqua entra ed esce con “leggerezza”: non sento mai la sensazione del piede inzuppato, sento che sono libero di correre senza preoccuparmi troppo né dell’acqua né dell’aderenza. E’ una figata!

19° km sorpasso un ragazzo con un passo molto gazzelloso e con un paio di scarpe (non dico la marca, ma le ho viste) che sembrava davvero lo stessero facendo rimbalzare: era uno bello tirato, passo, mi sento fico. 20° le gambe mi chiudono… oh oh che succede? Cerco di recuperare qualsiasi fotografia mnemonica di gestione della crisi e posturale, ma loro han deciso di chiudere. La salita prima dell’arrivo non aiuta per niente. Non posso mollare anche se dentro sono sereno, ho abbastanza margine per prendermi un respiro,  ma diavolo asinello sono arrivato!
L’atletico personaggio mi passa - “Noooooooooooooo” - e sento che non ne ho per corrergli dietro. Azz… nervoso, fastidio, nervoso, fastidio, 200m no: devo trovare le energie, lo devo fare… penso al mio bimbo, a quando spinge nel suo minirugby e non molla mai. Testa, gambe, piedi, anima… mi serve una scossa: parto, scatto… non so come ma lo faccio. Arrivo al traguardo: io e il mio “amico” fianco a fianco. Non ho il fotofinish, non so chi è arrivato davanti, non conta niente, ma c’ero. Dentro di me rido, mi ricorda il video che sta girando sulla ragazza del triathlon che si è PRESA la prima posizione a quell’altra già festeggiante.

Tempo: 2 minuti sotto al mio obiettivo. Spengo il Garmin: lo guardo per la prima volta e il tempo è 2 minuti sotto al mio obiettivo. Urlo. Salto. Scalpito. Ce l’ho fatta, anzi ce l’ho più che fatta. SI!

Torno in trincea, torno ad allenarmi: Venezia è lì che aspetta, con il suo meteo ballerino, il ponte di San Giuliano, il Ponte della Libertà e i ponti che portano all’Arsenale. Io però c’ho un anno in più, qualche migliaio di km in più, un personal best in più e la voglia di un nuovo traguardo. Un ringraziamento e una dedica particolare è dovuto alla mia società, la storica Salcus, che è sempre presente con la discrezione di un buon amico: persone eccezionali che sanno tendere la mano senza mai strattonare: sempre nel mio cuore!

Scritto da
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Riccardo Mares

Digital Manager from Rovigo

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